Fondazione Baruchello
Fondazione Baruchello

I scream, you scream, we all scream for ice cream

26.06-22.09.2017

I Scream, You Scream, We All Scream For Ice Cream rielabora lo spazio come un’estensione dell’io, invitando gli spettatori a un’esperienza sensoriale di forme che si fa liquida.
Il progetto intende mettere in discussione una serie di problematiche che interessano la nostra società, spaziando dal sistema ideologico ed economico fino ad arrivare a quello politico, attraverso una proposta formale ampia, fatta di sculture, performance e video. Con l’appropriazione di un’illusoria oasi artificiale come ideale chiave di lettura delle opere, ISYSWASFIC invita l’audience a completare liberamente la scena a cui si trova ad assistere. Lo spettatore diventa così elemento transitorio come il luogo stesso in cui si trova, e viceversa: in una silenziosa conversazione con i manufatti, il sé si fa sfocato fino a perdersi, e la resa è la conditio sine qua non affinché l’occhio lasci finalmente posto all’atto stesso del guardare. Le opere, apparentemente fuori posto, trasmettono una sensazione di distacco e misplacement vagamente armonioso, come gli uomini che nel tempo hanno dovuto allontanarsi dai loro habitat naturali, facendola apparire una scelta: rimbomba nello spazio la mano di coloro che ha dato luogo a tutto questo, e così la sua impronta, i suoi artefatti. Questi ultimi, nel loro occupare e dematerializzare lo spazio, lo trasformano in ambiente che non è abitabile, ma in cui si può solo transitare. Sono le più disparate dimensioni, materiali, forme e significati a forzare la nostra percezione fino al punto estremo del paradosso, con quelle forme che sembrano urlare la loro presenza da tempo immemorabile, eppure sempre in costante evoluzione. Nelle pieghe del termine Alfresco si nasconde l’aria aperta, e quella stantia: l’esterno e l’interno mescolano i loro riferimenti spaziali come in un ibrido, dove ciò che resta è solo una tacita accettazione dei limiti umani.

Eng

I Scream, You Scream, We All Scream For Ice Cream explores space as an extension of the self, inviting the audience to a melted sensorial experience of forms which call into question the ideological, economic and political systems of our society through a series of sculptures, performances and videos located within the space. By staging an ideal and illusionary artificial oasis as the background for the works, the show invites the viewers to mentally complete the picture, as they are as transitional as the location itself, and somehow interchangeable: by engaging in a silent dialogue with the artefacts, the self is blurred and lost as the conditio sine qua non of every act of looking. The pieces, apparently out of place, convey a seeming idea of both spontaneous and harmonious detachment and misplacement because through time humans have extracted themselves from their natural habitat: the hand of the maker is loud, and the only visible thought is his mark, his artefacts. These objects give rise to a space that cannot be inhabited but only crossed; as they occupy and dematerialise it. A varied use of scale, material, shapes and meanings pushes our perceptions to the point of a paradox, as the objects seem to have been screaming their presence in the space since the beginning of time, but yet in constant evolution. Alfresco is no longer a synonym of “open air” but of “closed air,” or maybe both: outdoor and indoor spacial references do not differ from one another but are more of a hybrid, where what is left is a mutual silent acceptance of human limitations.

 

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