Fondazione Baruchello
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II Seminario Di Ricerca e Formazione | marzo - giugno 2005
Senza titolo per parlarne. Arte e linguaggi nei territori in trasformazione | Mauro Folci | Osservatorio Nomade/Stalker

Il II Seminario di Ricerca e Formazione Senza titolo per parlarne. Arte e linguaggi nei territori in Trasformazione, condotto da Mauro Folci e dal collettivo Osservatorio Nomade/Stalker, si è concentrato sul processo di trasformazione in cui l’arte si trova oggi ad operare. Senza titolo individua non un tema, una modalità, una tecnica singolarmente affrontati, ma una presenza reale da cogliere nel suo farsi. Il sottotitolo, Arte e linguaggi nei territori in trasformazione, diversamente, rimanda ad una questione ben precisa che durante il Seminario è stata affrontata attraverso i progetti degli artisti e le riflessioni cha a lato di essi sono svolte. Tale processo riguarda sia il contesto storico e sociale di questi ultimi anni, sia alcune forme specifiche che l’arte ha assunto, come per esempio quelle dei gruppi e della net art, pratiche artistiche che conducono l’arte ai confini di un’artisticità diffusa. Attraverso le riflessioni, i progetti, le fasi con cui si è articolato, il II Seminario si è collocato al centro di questo processo in corso: concettualmente, ponendo la riflessione teorica come conseguenza di una attenta osservazione della pratica dell’arte. Senza riferirsi ad un tema, ad un aspetto particolare dell’arte, i partecipanti al Seminario si sono proposti di cogliere, attraverso diverse espressioni provenienti dalla progettualità degli artisti, alcuni orientamenti che possono essere assunti come sintomatici del processo di cambiamento in corso.
Sono stati dunque presi in considerazione gli aspetti che mettono le trasformazioni dell’arte in relazione alle trasformazioni sociali e politiche attuali: l’arte in relazione alla sfera pubblica con particolare riferimento alle motivazioni che generano una pratica di arte nella sfera pubblica.
Le operazioni/pratiche artistiche sulle quali si posta attenzione e sulle quali si è cercato di compiere un esercizio di riflessione critica riguardano la concomitanza nella ricerca di nuove forme di pratica dell’arte e di nuove forme di soggettività politica.

La Fondazione Baruchello ha pensato lo spazio del Seminario di Ricerca e Formazione come occasione per indagare, riflettere, fare progetti intorno a questioni riconosciute emergenti all’interno del contesto artistico-culturale, ma anche storico-sociale, attuale. Una questione scelta tra molte altre e considerata preminente, quella del rapporto tra arte, parola e linguaggio, è stato il perno intorno al quale far ruotare riflessioni, analisi, osservazioni per poter pensare parallelamente le trasformazioni dell’arte e le trasformazioni del contesto sociale e culturale, ovvero non due polarità in relazione ma una identica situazione culturale in cui si producono forme differenti: di pensiero, del fare artistico e del pensiero critico sul mondo. Il linguaggio e la parola, nelle differenti articolazioni che assumono, sono stati scelti come territori dai quali partire e poter poi costruire qualsiasi forma di relazione. L’attenzione, inoltre, si può rintracciare nelle aree ancora più difficili da sperimentare, come quella pre-linguistica o quella dove la parola resta ancorata alla sua radice e resta intraducibile. Questi i territori all’interno dei quali riflessioni, progetti e azioni si sono sviluppati, in un’osservazione costante e dinamica dei processi di condivisione che ne sono nati.

La Fondazione Baruchello intende il Seminario come luogo di coinvolgimento diretto, di ricerca e formazione senza porre uno dei due termini come prioritario rispetto all'altro: pensiamo infatti che non ci sia formazione senza ricerca e riflessione. All'interno di questa "modalità" più individui (artisti, critici e giovani studiosi) si trovano a sperimentare l’articolazione di un processo artistico direttamente, entrando nelle singole fasi di questa processualità, continuamente interrogandosi su quanto, come e perché ogni tappa stia avvenendo.

A cura di Carla Subrizi

Hanno partecipato: Simona Antonelli, Laura Bassotti, Alessandra Berardi, Sonia Bevilacqua, Maria Chiara Calvani, Claudia Cavalieri, Sara Cervo, Giulia Ferracci, Maura Favero, Valentina Fiore, Emi Guarda, Michela Gulia, Laura Iafolla, Luana Perilli, Claudia Piermattei, Manuela Ruga, Silvia Sbordoni


II Seminario Di Ricerca e Formazione | marzo - giugno 2005
Concerto transumante per flatus vocis | Mauro Folci

Mauro Folci ha iniziato il proprio progetto con un’analisi delle forme di oralità, del dialogo, della parola in rapporto con la corporeità “messa al lavoro”, ovvero strutturata in una condizione che impegna diverse facoltà dell’individuo, non ultime quelle cognitive e affettive. Si è anche articolato sulle questioni del linguaggio e delle forme di lavoro immateriale, dei processi cognitivi nella società del capitalismo maturo, della condizione pre-lingustica del discorso come segni da indagare e da individuare nei processi individuali e collettivi di esistenza e occupazione.

Le premesse
 “In questi ultimi anni abbiamo assistito a un crescendo d’interesse verso una dimensione “pubblica” dell’arte in cui il territorio, le relazioni, le alterità e le conflittualità sono gli argomenti maggiormente dibattuti. Infatti a ragione, seppur a volte strumentalmente al mainstream del sistema dell’arte, tantissime fondazioni, istituzioni e centri di studio stanno sostenendo questo tipo di ricerca.
Questo perché sempre più le città si stanno trasformando in laboratori multiculturali dove l’idea di comunità assume un'importanza decisiva. Del resto gli epocali flussi migratori hanno determinato un radicale ripensamento del concetto stesso di identità che sta alla base della cultura occidentale eurocentrica e imposto come figura emblematica della condizione tardo moderna la ‘fluidità’ del nomade. Intorno al clandestino si è andato formando un nuovo lessico che parla di diritto di cittadinanza, di reddito garantito, di multilinguismo, di memoria storica collettiva e ha preso corpo una nuova grammatica della città e della moltitudine.
In concomitanza all’interesse rivolto agli attraversamenti multidisciplinari degli spazi urbani ed alle nuove geo-cartografie un altro tema, correlato al primo con il quale condivide la genealogia nelle avanguardie del secondo dopoguerra, sembra emergere con forza: quello relativo all’oralità.
Il campo d’indagine è la relazione tra città e oralità, tra la spazialità urbana e quella della parola parlata, detta; il tema del seminario è la metropoli/mondo come organismo linguistico vivo e nomade.
Gli argomenti che si intrecciano sono relativi agli spazi interstiziali della città e alla narrazione, agli outlet e al linguaggio deviato, al bar dell’Esquilino e alla chiacchiera in una commistione tra storia scritta e leggende metropolitane, tra storia quotidiana e mitologica, tra storie fondative e di eroi popolari ma anche storie che raccontano dello sradicamento culturale ed identitario e la difficoltà della condivisione degli spazi e dei diritti.
La parola detta, la voce, il fiato. Il passaparola, il passavoce, il passafiato. M’interessa questo aspetto tutto corporeo legato al suono e al tempo, ma anche allo spazio che riesce a misurare e mappare. Tuttavia l’immagine di una città come un unico organismo vivente le cui coordinate spazio temporali sono determinate dalla corporalità della comunicazione orale, oltre che suggestiva mi sembra efficace e pertinente per tanti aspetti alla contemporaneità dei molti ed alle possibili strategie di resistenza”. (Mauro Folci)

Passaggi
Il progetto, partito dunque da una ricerca dei rapporti tra questi aspetti, si è articolato in varie fasi, ognuna delle quali ha permesso di riflettere sulle condizioni particolari attraverso le quali la parola, da fattore principale di relazione e scambio, diventa ingranaggio di un’operatività posta al servizio di organizzazioni o situazioni lavorative, le cui forme più recenti (lavoro interinale, somministrato, in affitto, co.co.co.) si sviluppano all’interno della precarietà, dell’incertezza, di una mobilità estrema che non lascia esclusi gli affetti e i corpi. I passaggi ulteriori hanno sviluppato la possibilità di mettere questa riflessione iniziale alla radice di un progetto complesso che ha toccato varie questioni e che si è articolato su alcuni punti fondamentali:

Condizioni di lavoro/condizioni di vita. In una prima fase ci si è posti l’obiettivo di riflettere su in che modo l’analisi del linguaggio, quale elemento dinamico di relazione e comunicazione, diventa anche analisi di come il corpo, inteso nella sua complessità, parla, sente, produce la propria forza e azione senza più separazione tra il tempo del lavoro e il tempo del non lavoro.
Linguaggio messo al lavoro. La condizione immateriale del lavoro contemporaneo riguarda strettamente la questione del linguaggio e il linguaggio, a sua volta, riguarda aspetti particolari di esso come la parola, l’immagine, la voce, il respiro stesso alla radice stessa di ogni atto linguistico.
Pre-linguaggio e forme di resistenza. Il progetto si è poi sviluppato in una serie di osservazioni e ricerca su: se e come la parola strutturata all’interno di un discorso organizzato e ordinato, può essere svincolata da esso. Ciò ha voluto dire indagare le forme individuali e collettive in cui la parola, prima di divenire tale, è suono inarticolato, urlo, cenno emotivamente espressivo, fattore di comunicazione che esce dai binari della comunicazione strutturata. Si sono ricercati esempi di questo genere, di “fiato” articolato in “voce” ma prima di essere strutturato in forme discorsive, ovvero prima che un’articolazione di senso determinata connetta questi suoni/voci/gestualità del linguaggio in una sequenza intenzionalmente finalizzata. Si è molto lavorato, in questa fase, sulle forme pre-linguistiche della comunicazione (il bambino, ma anche l’adulto come la donna che partorisce, o la condizione di dolore, o di panico che porta a articolazione di suoni/voce pressoché incontrollato, che si esprime in forme “vocali” inconsapevoli o dettate dalla necessità di esprimere stati d’animo o condizioni fisiche molto forti), stati di emergenza o di resistenza, di una corporeità che si esprime “sensibilmente” perché “non può farne a meno”. In questa fase l’indagine su tali e possibili forme del linguaggio ha portato ad indagare il verso animale: il suono che l’animale emette e produce e che diventa veicolo di una comunicazione quasi esclusivamente legata alla fisicità.
La domanda dell’arte. In questa prospettiva di questioni, anche relative alla ridefinizione di una funzione per l’arte e la sua pratica, la domanda dell’arte, “Cosa fare in una situazione di profonda trasformazione? O meglio, come l’arte trasforma il proprio linguaggio in connessione, attraverso, ma anche al di là dei mutamenti storici, sociali e culturali in corso?”, non è stata solamente un motivo di fondo dell’intero Seminario.
Svuotamento/silenzio. Questa fase del progetto è stata molto importante anche perché ha posto l’accento su come il linguaggio, l’ordine del discorso, se osservato in una condizione di estrema fisicità come quella animale diventa un’operazione fortemente ridotta: prima di tutto dell’ordine e dell’articolazione stesse che lo strutturano, poi della fisionomia che attraverso la “parola” la voce assume. Tuttavia pensare il linguaggio dell’animale non è stato soltanto un riflettere su una condizione linguistica più semplice, meno strutturata e quindi più autentica. Non è in questo che può riconoscersi una differenza: nel grado diverso di strutturazione e formalizzazione di qualcosa. L’interesse per questo tipo di ricerca è nata invece dalla necessità di mettere a confronto forme diverse di strutturazione del linguaggio, in tutte le possibili accezioni, per poter individuare forme presenti in “altre” lingue e “altri” codici: in un’alterità con la quale è necessario stabilire un confronto e una relazione.
Un concerto. Il progetto è dunque proseguito cercando di trovare un possibile accostamento tra il suono inarticolato ma fortemente comunicativo di un operaio di un Call center di Milano (Fabio che, negli orari di lavoro, altamente impegnativo proprio sul piano della comunicazione verbale, per manifestare il desiderio di una interruzione ai sui compagni di sede, è costretto ad emettere un “suono/verso incomprensibile, una sorta di cigolio del tipo di quelli che produce la porta di una metropolitana, che non interrompe l’ascolto ma efficace per farsi capire), una fase pre-linguistica della parola e dell’esprimersi umano e il suono all’interno della ricerca musicale più sperimentale (con la collaborazione di Luca Miti).
Traduzione/trasduzione/trasloco. In questa articolazione di fasi di riflessione e ricerca il progetto si è concentrato sull’idea di effettuare un trasloco ovvero uno spostamento reale di cose e oggetti, attraverso il quale mettere in rilievo la necessità di spostare, svuotare, spogliare (cose, identità, luoghi) per fare e lasciare spazio a altre situazioni di relazione e dialogo.

Parte integrante del progetto sono stati anche gli incontri che, dal 16 maggio alla prima metà di giugno, hanno preparato la fase finale del progetto, attraverso una serie di inviti a domicilio, durante i quali Mauro Folci,  accompagnato dal gruppo degli iscritti, ha raccontato l’idea di partenza e le fasi complessive del progetto “a domicilio”, ovvero recandosi presso studi, case o altri luoghi di persone interessate. In questi incontri molto spazio è stato dato proprio a questioni quali le possibilità dell’arte di cambiare in un mondo che cambia, lasciando però inalterata la sua radicale e estrema potenzialità di produrre linguaggio attraverso immagini e metafore, modi di vedere e pensare fuori dagli schemi che ordinano e controllano le forme e le condizioni attuali di vita.

Il progetto: Concerto transumante per flatus vocis Il progetto che Mauro Folci ha realizzato attraverso questa articolazione, nei giorni 17 e 18 giugno 2005, ha presentato la fase conclusiva dell’intero progetto: il Concerto transumante per flatus vocis.
Il 17 giugno la casa/studio dell’artista è stata svuotata completamente di quanto conteneva. Tutti gli oggetti, mobili, libri sono stati caricati su automobili per un trasloco che da questo luogo è arrivato alla Fondazione Baruchello. Lo stesso giorno, presso l’appartamento così svuotato, un gruppo di persone (lo stesso pubblico presente alla prima fase del progetto) è stato invitato ad entrare. In questo luogo privato di ogni precedente riferimento, sia degli oggetti sia della funzione dei singoli spazi, in una condizione di attesa ed estraniamento, è stato realizzato il Concerto transumante per flatus vocis (liberamente ispirato a: Opera per soli fiati n° 19042156 di Fabio), eseguito dal Voce Vuota Ensemble, con la collaborazione di Luca Miti. In un ambiente privato della sua identità, dove l’assenza di qualcosa di preciso da vedere e la nudità assoluta degli spazi, sono divenute presenze reali e tangibili, la sola “riunione” di persone è stata determinante per quanto avvenuto nel Concerto.
La giornata si è conclusa con il trasloco effettivo di quanto tolto dalla casa e, nella serata dello stesso giorno, le automobili e quanto su di esse caricato, hanno raggiunto la Fondazione Baruchello.
Il giorno 18 giugno, presso la Fondazione Baruchello, sono stati mostrati materiali e documenti di quanto avvenuto il giorno precedente e delle fasi fondamentali attraverso le quali si è articolato il progetto.
Le vetture, con gli oggetti traslocati, sono rimaste per tutta la giornata nel parco della Fondazione Baruchello.
Sono intervenuti ed hanno reso possibile la realizzazione del progetto: Nanni Balestrini, Andrea Balzola, Luigi Cinque, Raffaella De Santis, Luca Miti, Tito Marci, Massimo Mazzone, Fabio Valsecchi.


II Seminario Di Ricerca e Formazione | marzo - giugno 2005
Il giardino dell’intraducibile
Osservatorio Nomade-Stalker

Osservatorio Nomade-Stalker, con il coordinamento di Lorenzo Romito, ha lavorato sulle relazioni rintracciabili tra comunità linguistiche/città/intraducibilità. Il progetto si è concentrato sulla possibilità di declinare uno spazio-giardino (il parco della Fondazione Baruchello) con il racconto di storie e testimonianze. Sulla traccia di racconti appartenenti alla più antica ed importante letteratura persiana, ma anche ricostruendo il percorso di una storia al femminile che ha attraversato la poesia, il romanzo e anche, in tempi più recenti, il cinema, si è delineato un territorio di memoria, tracce, storie comuni, luoghi e forme di vita e di pensiero da osservare, per cercare in essi dove e perché la differenza diventa motore di esperienza e condivisione. La questione dell’abitare si è inoltre configurata come possibilità di essere radicati tuttavia nomadi in un luogo, in una cultura, all’interno dei quali la presenza è anche forma di devianza, di esodo e di continuo spostamento.

Le premesse
“Condividere l'intraducibile, figurarlo fin dove si riuscirà assieme ai soggetti e alle comunità linguistiche della nostra città. Dedicarsi alla reciproca conoscenza attraversando quel territorio incerto che è la traduzione, spazio della possibilità e del malinteso, alla ricerca del limite della nostra reciproca comprensibilità, investigando le zone d'ombra della stessa traducibilità. Una cartografia di quei terrains vague che sono le distanze culturali. Una cartografia da disegnare per immagini condivise frutto di relazioni creative fondate sul desiderio di conoscersi e sulla possibilità di creare insieme visioni oltre il linguaggio. Visioni che diventano ponti dell'attraversamento linguistico e culturale tra persone diverse una volta lontane e oramai concittadini”. (Lorenzo Romito)
Passaggi
L’articolazione di questo progetto si è sviluppata attraverso visite in giardini e parchi di Roma, all’interno dei quali si è osservato come si intrecciano storie e esperienze provenienti da diversi paesi del mondo (giardini di Piazza Vittorio, Colle Oppio, giardini della Via Ostiense). Si sono parallelamente cercate tracce e memoria della cultura persiana, da sempre legata al temi del giardino, del femminile, della terra. Le questioni intorno alle quali si sono articolate le fasi di lavoro sono state:

Intraducibile. E’ possibile tradurre un’esperienza da una cultura ad un’altra? C’è qualcosa che resta fuori. Questa riflessione ha attraversato molte fasi all’interno di un lungo e ancora non esaurito dibattito su cosa è la traduzione e cosa succede quando una lingua viene detta in un’altra lingua. L’arte lavora con lo spazio lasciato fuori o che altrimenti resta fuori. E’ ciò che resta fuori dalla traduzione -l’intraducibile- che diventa lo spazio più produttivo per il dialogo (Sarat Maharaj, 2004). Che tipo dunque di dialogo? L’intraducibile non può essere reso dalle parole. In un senso politico l’intraducibile è lo spazio di resistenza: ciò che resta irriducibile nella traduzione. Come dare immagine a questo spazio intraducibile? Il termine traduzione indica che è possibile da un testo originale ricavare traduzioni che restano però sempre parziali. E’ lo stesso meccanismo del rapporto originale-copia. La traduzione è un processo senza fine e senza un inizio. Si pensano sempre culture e identità come spazi con confini precisi, salvaguardati dalle intrusioni che possono venire da fuori. Invece si può pensare una cultura o un testo come sempre in possesso di un “fuori”, un fuori-testo. Anziché pensare un testo originale e una traduzione che rende ciò che è “fisso” e già “legittimato” in quel testo, si può pensare una forma di traduzione che sia il divenire di quel testo: che ne divenga pratica di trasformazione (divenire…). Non una cosa che è (il testo originale) e la traduzione come spostamento verso un altro è: ma pensare la traduzione come un processo che coinvolge una pratica culturale. Ogni lingua ha proprie caratteristiche, propri modi di pensare e usare le parole: è impossibile pensare una traduzione perfetta. La traduzione è sempre una riscrittura (Bachtin, Benjamin, Derrida). Pensare, invece, un processo di traduzione che riveli del testo iniziale il significato, attraverso passaggi e trasformazioni, che rivelino piuttosto la sua irriducibilità o resistenza ad essere trasformato. Passare, dunque, dal concetto di traduzione di un testo al concetto di traduzione di culture, di identità, di etnie: questa è stata una premessa nei confronti della traducibilità/intraducibilità di una lingua/cultura di altri. Abbiamo inteso la traduzione non come momento eccezionale (di una vita) ma come condizione dell’essere e del divenire. E’ così che la traduzione può intaccare e identità stabili e fisse, può rimettere tutto in trasformazione; l’intraducibilità, allora, è atto “creativo” di resistenza. Contro l’omologazione delle culture e dei saperi, per un sapere stratificato, in cui le differenze non siano ricondotte ad alcuna unità ma restino tali, si è dunque inteso l’intraducibile come l’impossibilità di ridurre una cultura o una storia alle coordinate di un sistema sempre più onnicomprensivo e superficialmente globale.
Giardino. Il grande giardino della Fondazione Baruchello è stato uno spazio che dal 1985 Gianfranco Baruchello ha pensato come sede di un’operazione tra arte, ridefinizione di un territorio molto periferico (tra il quartiere di Prima Porta e il Parco di Veio), riflessione sugli esterni (Baruchello già dal 1972 aveva in questi stessi spazi condotto un’altra operazione dal titolo Agricola Cornelia S.p.A.). Partendo dal racconto di Gianfranco Baruchello sul rapporto tra arte/territorio/natura si sono delineate vari orientamenti da percorrere e su cui riflettere. Il giardino è uno spazio intimo anche se esteso, dove le storie si intrecciano: condizione mitica, memoria, immaginazione. Dallo spaesamento e dall’erranza, il giardino ridiventa proprio nella cultura persiana lo spazio in cui si radica una presenza da cercare. Così dal giardino al tappeto (o viceversa) il territorio è lo spazio di uno spostarsi continuo, in cui l’abitare è condivisione di situazioni effimere: luogo e non-luogo nello stesso tempo. Luogo della digressione, percorso narrativo e descrittivo al di là del soggetto che lo abita, il giardino è spazio dei margini, del racconto, del tempo mitico. Può pensarsi un giardino come lo spazio di un attraversamento di culture, riportando la sua immagine originaria alla multiforme e multiculturale città post-industriale? Come pensare un giardino come un dispositivo per mettere in moto scambio e condivisione di storie e di esperienze differenti, passando dal centro alla periferia?
Persia/Iran. Il giardino nasce in Persia. O comunque, questa cultura ha contribuito a fare del giardino uno spazio da sempre a metà tra sacro e profano, tra privato e pubblico, tra storia e micro-storie la cui unità è impossibile da ristabilire. Piuttosto il giardino è lo spazio delle storie, plurali, dove le soggettività si intrecciano e si mescolano. Così il progetto ha scelto l’Iran contemporaneo come interlocutore di questa ricerca. Tra l’Iran attuale e la Persia come emerge dalla letteratura e dalla filosofia antiche, si è delineato un percorso che è stato affrontato attraverso testi, racconti di giovani donne iraniane in Italia da anni. Le storie e la narrazione, il ricordo e la memoria sono divenuti elementi tra i quali cercare parole, fatti, episodi di una cultura irriducibile ad un’altra, irriducibile ad essere semplicemente tradotta.
Donna/divenire donna. Al II Seminario di Ricerca e Formazione la presenza di iscritti è stata di sole donne: giovani studiose, artiste, architette. Questa condizione particolare è divenuta un elemento del progetto: volgere il progetto al femminile e dunque concentrarci su aspetti che delle due culture italiana/mediterranea e persiana/iraniana mettessero in evidenza la condizione sociale e culturale femminile. In film, libri antichi e recenti, poesie, romanzi, musica, abbiamo cercato aspetti, testimonianze, spunti per riflettere su questa diversità culturale, ma soprattutto per osservare come e cosa questa diversità esprimesse.
Archivio. Tutti gli elementi, memorie, tracce, spunti, testimonianze raccolti durante il Seminario, sono stati raccolti in un Archivio: un archivio dell’intraducibile. Questo Archivio resterà collocato alla Fondazione Baruchello e catalogato attraverso una schedatura sia cartacea che informatizzata. L’idea della costituzione di tale Archivio si connette all’intero progetto e l’Archivio stesso potrà di esso costituire una parte specifica, visitabile e anche trasferibile in altre situazioni e occasioni
Storie comuni. Soprattutto ci si è basati sul racconto e la testimonianza per costruire percorsi intrecciati, culturali e transculturali. Rendendo la stessa immagine del confine, del margine una figura ibrida, non da oltrepassare ma sulla quale è possibile invece sostare affinché identità geografiche e culturali si incontrino, le storie che donne di diversa provenienza, residenti in Italia, ci hanno raccontato hanno costituito un materiale vario e ricco di spunti. Al di là di ciò che è possibile leggere (nei libri), vedere (al cinema o alla televisione) le storie raccontate sono nate nella relazione, nel dialogo diretto con queste persone e fanno emergere l’esistenza di flussi di tensioni e attraversamenti che vanno al di là dei luoghi fisici in cui hanno avuto origine.
Abitare. Dai punti precedenti è emersa una nozione di abitare in cui vita comune, storia quotidiana, relazione/condivisione, ricerca e pratica del/sul territorio hanno mutato non soltanto la fisionomia della città ma hanno fatto sparire questa antica struttura dell’abitare. Dalla città (la città è ovunque, si veda al proposito Giairo Daghini, in “Facies”, n. 46, 1999) si è passati alla nozione di territorio, che è una “geografia di eventi” (Mssimo Cacciari, in La città infinita, a cura di A. Abruzzese e A. Bonomi, Mondadori 2004). L’abitare si configura come sradicamento in un territorio de-territorializzato. Come dunque pensare l’abitare un giardino? Cosa in un giardino così abitato (da storie comuni) resta intraducibile?

Sono intervenuti nelle fasi di articolazione del progetto: Nima Baheli, Silvia Biagi, Francesco Carieri, Keivan Chavoshbaran, Mario Crispi, Mahnaz Esmaeli, Michela Fanzoso, Simona Forconi, Matteo Fraterno, Babak Karimi, Celeste Nicoletti, Gianguido Palumbo, Francesca Recchia, Lorenzo Romito